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La "Commedia" senza Dio
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Un intervento di Teodolinda Barolini


Più volte, viaggiando per l’Italia, ho avuto occasione di parlare con dei giovani a cui ho confessato di essere una studiosa di Dante. La risposta è sempre stata una variante di "Dante, che noia!". Poiché credo che sia importante imparare dalla ricezione di un testo, per poter poi "dis-impararla" e vedere il testo senza l’incrostazione del secolare commento, ho meditato a lungo su questa reazione, finendo con il decidere che si tratta di una comprensibilissima presa di posizione verso un Dante di cui sia la chiesa che lo stato si sono sistematicamente appropriati per i loro scopi. Il Dante che io conosco - il poeta anticonformista e intellettualmente indipendente per eccellenza - è stato domato, banalizzato e reso noioso da secoli di tale appropriazione istituzionale: sommerso sia dal nazionalismo, che lo ha usato come emblema di coerenza e unità dello stato, sia dal cattolicesimo ufficiale, che lo ha usato come portavoce dogmatico, il poeta ne emerge così stravolto da essere irriconoscibile. C’è poco da stupirsi se il poeta che papa Benedetto XV loda nel sesto centenario della morte come massimo esempio del genio coesistente con l’obbedienza a Dio (nell’enciclica papale "In praeclara summorum" del 30 aprile 1921) non sia molto amato dai giovani italiani!

Che il maggiore fra i poeti italiani sia più apprezzato altrove che in Italia è un peccato - e lo è ancora di più se i motivi di questo scarso amore non sono fondati. Se c’è uno spirito indomabile, che disprezza le convenzioni e le certezze non conquistate, che contesta tutto, è lo spirito di Dante. Dante è sempre rivolto al "nuovo e mai non fatto cammino di questa vita" (Convivio IV xii 15), mai sazio, sempre alla ricerca, mai "perfetto": la sua inesauribile sete di capire lo spinge a sfidare e a porre domande lungo tutto il suo viaggio - anche nel paradiso, quando sarebbe forse legittimo aspettarsi che la sua ansia di sapere si sia infine quietata. Infatti, in questo nostro tempo problematico e incontentabile siamo più che mai in grado di apprezzare la grande poesia del Paradiso: così autoconsapevole, così dedita alla problematicità di quello che descrive, del pensiero, della rappresentazione stessa. La poesia del Paradiso è, per me, la più moderna della Commedia, la meno serena, la meno placida, la meno obbediente.

Lo spirito di Dante è uno spirito intellettualmente avventuroso: non accetta le idee perché sono prestabilite ma le esplora, le indaga, le insegue fino in fondo. Dante è uno che, immaginandosi nel cielo della giustizia, non riesce ad accettare le cose come sono, ma si batte con aspra violenza contro l’ingiustizia, formulando la sua terribile domanda a proposito dell’uomo nato al di fuori dei confini del cristianesimo ("Un uom nasce a la riva / de l’Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo né chi legga né chi scriva; / e tutti suoi volere e atti buoni / sono, quanto ragione umana vede" - Par. XIX 70-4), una domanda che dimostra un’apertura tutt’altro che convenzionale verso i non cristiani, un’apertura - badiamo bene - fondata sulla ragione, non sul dogma: "ov’è questa giustizia che ‘l condanna? / ov’è la colpa sua, se ei non crede?" (Par. XIX 77-8). Questa domanda - la cui rilevanza per il nostro mondo non è affatto superata - risuona ancora oggi, e ci rivela un’inclinazione per la sfida intellettuale che ha trovato pochi riscontri nella nostra storia.

È di questo spirito trasgressivo che parlo quando dico che Dante è un Ulisse. Il tema di Dante-Ulisse è il filo conduttore di una ricerca che mira soprattutto a illuminare "la creazione di una realtà virtuale." Ogni grande testo – ma anche i testi meno grandi, i romanzi rosa, le telenovele - crea una realtà virtuale, un "mondo possibile" come dicono i logici: cioè, un mondo le cui leggi sono sufficientemente coerenti e forti che finiamo per crederci. Le prove che ci "siamo cascati", che abbiamo "sospeso la nostra capacità di non credere" - sono ovunque: sono nella confusione che facciamo fra attore reale e personaggio fittizio, o, per rimanere ai testi, sono nel porre delle domande che troverebbero risposta unicamente al di fuori dei confini del testo, "trattando l’ombre come cosa salda" (Purg. XXI 136), ossia, trattando le parole del testo come se conducessero veramente a una realtà extratestuale. Così facciamo, per esempio, quando ci chiediamo se Virgilio non possa essere salvato, nonostante ci venga detto altrimenti, problema che ci poniamo non - come potrebbe essere logico - per tutti i pagani virtuosi (coloro nati "a la riva / de l’Indo" cronologicamente, invece che geograficamente), ma solo – illogicamente - per Virgilio, perché il testo ci ha costretti ad amarlo. Così facciamo ogni volta che diamo eccessivo credito al testo, usando le sue leggi come se fossero principi ermeneutici neutri, quando invece non si può prescindere dalle esigenze narrative a cui è vincolato.

Ogni grande narrazione cerca di creare una realtà virtuale, ma non ogni grande narrazione riesce a far sì che non solo i lettori casuali, ma anche i critici, ne rimangano ingabbiati. La grande differenza tra la Commedia e le altre narrazioni a cui possiamo paragonarla è la presenza implicita di Dio: Dante si presenta come portavoce di Dio, come qualcuno divinamente incaricato della "materia ond’io son fatto scriba" (Par. X 27). Il titolo di questo libro, La Commedia senza Dio, vuole ricordarci quel che Dante ambisce a farci dimenticare: che la Commedia è un testo, e in quanto tale, è stato scritto non da Dio, ma da Dante. La Commedia è una creazione umana, una geniale creazione umana, la cui grande abilità sta tra l’altro nel presentarsi come una creazione divina.

Vorrei però sottolineare ciò che non è mia intenzione: non intendo minimizzare la presenza di Dio nella Commedia, e non voglio suggerire che Dante sia in qualche modo "ateo". Ma proprio perché egli è riuscito a presentare il suo mondo come un mondo non inventato da lui, poeta, ma realmente esistente e garantito da Dio stesso, noi dobbiamo fare il lavoro critico di uscire da questo mondo possibile per capire Dante fino in fondo e per dargli il dovuto credito di ciò che ha inventato e fabbricato.

Questo libro è, in senso lato, uno studio sulla narrativa: uno studio che cerca di capire quali siano i problemi di iniziare e di finire un lungo poema narrativo, e come navigare fra i due poli, come poetare in medias res. È in questo senso uno studio narratologico che usa la Commedia come suo punto di riferimento continuo; la Commedia è la lente attraverso cui il problema di come narrare viene percepito e studiato. La mia convinzione in quanto lettrice di testi - e non solo di testi danteschi - è che la dicotomia tra "forma" e "contenuto" o "forma" e "sostanza" sia sbagliata, e che sia sbagliato pensare in termini quali "astratto formalismo" o "pura forma". Quando Dante fa dire a Beatrice "Anzi è formale ad esto beato esse" (Par. III 79), sta dicendo che "è essenziale": la forma è l’essenza. La forma, in questo senso, non è superficie, non è meno profonda dell’essere: è l’essenza dell’essere, è l’essere stesso. Perciò io cerco di individuare l’ideologia della forma - o la forma dell’ideologia - ma non di separare l’una dall’altra.

Dante è un Ulisse: un avventuriero della parola e della metafisica mentale come pochi altri prima e dopo di lui. È anche un grandissimo artigiano, un poeta-fabbro nel vero senso greco di "poiein" ("fare"). Vorrei soprattutto ridare a Dante l’intero credito della sua ideazione: un mondo la cui vitalità dettagliatissima riflette il suo grande amore per il creato, per tutto quel che vive "ne l’aere dolce che dal sol s’allegra" (Inf. VII 122). E, al di là di ogni nazionalismo, se c’è uno spirito italiano, non mi dispiacerebbe se fosse dialetticamente composto: se si trattasse di una metafisica artigianale, di uno slancio verso l’alto che rimane follemente innamorato della terra.
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