Critica

SCHEDA #1
Semi-razzismo morbido

I commenti a caldo sulla morte di un grande scrittore risultano sempre un po’ gratuiti, e non c’è motivo perché John Updike (18 marzo 1932 – 27 gennaio 2009) sia un’eccezione. E’ stato un grande, prolifico scrittore, autore di una sessantina di libri (il suo ultimo uscirà postumo il prossimo giugno), che ha coltivato quasi tutti i più importanti generi letterari: il racconto, il romanzo (brillantemente), il saggio critico, la poesia (versi leggerini e abbastanza dimenticabili). Ma tutto ciò sarà esplorato a freddo nel futuro prossimo; questo è solo un piccolo commento laterale.

“Uomo di lettere” è l’espressione che ricorre più frequentemente per designare Updike:  e l’uomo di lettere è sempre un sintomo e un simbolo, oltre che un personaggio autonomo. Un esempio della sintomaticità di questo scrittore è il trattamento eccezionale riservatogli dal selettivo New York Times: che dopo il lunghissimo necrologio del 28 gennaio è tornato sull’argomento anche nei due giorni successivi. Eppure c’è un’aria di riserva, una certa puzzetta sotto il naso, che ha circondato e continua a circondare Updike. Perché? Lo fece capire indirettamente ma chiaramente lui stesso quando in un’intervista del 1966 dichiarò: “Il mio tema centrale è la classe media americana protestante delle piccole città”. Dice: Ma che cosa c’è di controverso e pericoloso in questo soggetto così borghese? C’è, c’è… Questa componente della comunità americana, infatti, è quella che possiede il dubbio onore di essere designata dall’unico termine di discriminazione dal sapore razzistico che sia rimasto rispettabile nella conversazione americana (soprattutto in quella degli intellettuali): WASP, un acronimo le cui iniziali corrispondono a “White Anglo-Saxon Protestant”. E wasp come si sa è anche un nome comune in inglese, che vuol dire “vespa”.

E’ facile immaginare le lacerazioni di vesti che seguirebbero alla designazione di qualunque altra comunità etnico-religiosa degli Stati Uniti con un epiteto sarcastico che fosse sinonimo di un animale; soprattutto se questo epiteto apparisse a stampa; e soprattutto in un giornale ossessionato dalla correttezza politica come il New York Times. E invece ecco per esempio questo piccolo capolavoro, da uno degli articoli su Updike nel succitato quotidiano: “Qualche volta è stato liquidato come un WASP, ma… ”. Fermiamoci un momento, e chiediamoci quale sarebbe potuta essere la continuazione del discorso. Si sarebbe potuto dire qualcosa come: ‘… ma è un po’ razzista e molto pigro usare questa etichetta pseudoraffinata e in effetti banale per Updike o per chiunque altro’. Peccato che in realtà l’autrice dell’articolo prosegua testualmente così: ”Qualche volta è stato liquidato come WASP, ma la sua famiglia allargata [Updike si era risposato, e lascia molti figli e moltissimi nipotini] è quasi altrettanto varia razzialmente che quella del Presidente Obama”. La prova? L’articolista spiega che, in una fotografia che accompagna uno dei libri dello scrittore, appare “uno che sembra essere un nipotino afro-americano del signor Updike”.

Sciocchezze, si dirà – ma anche le sciocchezze possono essere sintomatiche: siamo arrivati al punto che c’è chi si sente in dovere di ‘difendere’ uno scrittore dalla ‘accusa’ di essere bianco, anglosassone e di radice protestante. E’ un semi-razzismo piccino e morbido, ovvero soft: ma sarebbe ora di lasciarselo alle spalle.

 

SCHEDA #2
Gli unanimi

Un’organizzazione di docenti italiani all’estero sta preparando a Napoli dal 21 al 23 maggio 2009 un convegno su “Il destino della democrazia: Relativismo e universalizzazione”. Invitato a organizzare una tavola rotonda in quell’ambito, ho proposto il tema: “I racconti della democrazia”,  che ha ricevuto  numerose proposte di relazioni ; leggendone  però i titoli e gli estratti, mi è parso di veder sorgere la possibilità di un equivoco. Usando il termine “racconto”, infatti, volevo  evocare qualche cosa di fittizio, qualche cosa sul quale è lecito anzi necessario nutrire sani sospetti; volevo insomma suggerire che la categoria del “racconto” è quasi altrettanto ambigua di quell’altra  categoria fragile : “democrazia”.  Ma per il momento mi sembra che la tendenza predominante nelle relazioni annunciate sia quella di analizzare casi i cui valori  siano presentati come indubitabili ed edificanti.

Le molteplici sfaccettature degli interventi effettivi  dimostreranno assai probabilmente che ho torto in questa previsione. Ma vorrei spiegare che la mia preoccupazione non è una pedanteria.  Stiamo vivendo un momento difficile per  le scienze umane negli Stati Uniti, o almeno per quel settore di esse che è l’italianistica moderno-contemporanea:  in tale ambiente,  quell’aspetto essenziale del sistema democratico che è il dibattito fra idee veramente diverse risulta in piena crisi, e vige una sorta di pensiero unico. Per esempio, il convegno recentemente concluso in una delle maggiori università nell’area di New York, e intitolato “Denuncia: Speaking Up in Modern Italy” ha avuto  il merito se non altro di portare abbastanza  brutalmente alla luce quello che in altri casi, pur essendo presente, non è immediatamente evidente. Il programma del convegno spiegava che esso “interroga le dinamiche del potere, adottando vari registri di protesta: opposizione, disapprovazione, critica, condanna e attivismo”. Si sarà notato che l’unico termine che rappresenta il mondo della ricerca (“critica” ) viene  sepolto tra parole che descrivono più appropriatamente un comizio, così che anche questo termine rischia di essere degradato: da  critica nel senso di  “analisi dialetticamente articolata”  a critica nel senso di  “giudizio negativo, biasimo, censura”.

A questo punto, per non imitare il tono un po’ troppo  ovvio  di quel convegno che assomigliava piuttosto a un congresso politico,  non menziono nemmeno il nome della personalità appunto politica che è servita  da icona-bersaglio; tanto, lo si sarà già capito benissimo. Ma proprio questo è (dovrebbe essere) il problema: i cosiddetti dibattiti, simposi e simili in cui si capisce subito come andrà a finire, non solo sono poco democratici, ma rischiano di non essere nemmeno divertenti.

 

park bench