Castelvecchio, Riccardo, La famiglia ebrea

(Milano :  Sanvito,  1861.)

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PROLOGO.
 

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Stanza da letto con alcova chiusa da tende. Due porte
laterali ed una finestra. Nell'alcova una cuna con
entro un bambino in fasce. A destra una tavola
con sedia, calamaio, penne, ecc. ecc. Mobili in
armonia.

SGENA PRIMA.

Ci^iudUta ritta in piedi davanti alla cuna con¬
templa afTetluosamente il bambino.

Giù. Come dorme tranquillo I dopo che il cielo mi
ha mandata quell'ispirazione questo caro bambino
è risorto da morte a vita. Io non sono pentita di
ciò che ho fatto... 1' ho fatto a fin di bene, ispirata
dalla divina provvidenza; ma peò non posso a
meno di tremare per le conseguenze dell'opera mia.
Cosa sarà di me quando il padrone saprà... ? Ah è
necessario che io mi confidi a qualctie persona au¬
torevole che mi dia un buon consìglio, che mi as¬
sista, che... {si ode suonare alla porta di strada).
Suonano alla porta di strada... chi sarà mai? Ah
mio Dio I che fossero già di ritorno i miei padroni?
{corre al balcone a vedere chi giunge) No, è il me¬
dico di casa; il cielo me lo manda, egli è un buon
cristiano, mi ha consigliata tante volte a fare quello
che ho fatto... ah I si, diiò tutto a lui, ed egli mi
aiuterà, {esce per la porta di sinistra per andar ad
aprire, poi subito rientra in scena). Per buona sorte
sono sola in casa in questo momento, noi potremo
parlare con libertà.
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